MetaPsi Aps rappresenta una casa, un treno e l’impegno per un futuro diverso perché nasce nel punto preciso in cui la psicologia italiana si è inceppata per anni: nel rapporto tra ciò che lo Psicologo fa realmente e ciò che, per abitudine culturale e confusione linguistica, ha finito col credere di fare. Lo Psicologo cura. Interviene sulla sofferenza psichica, sui sintomi, sulle disfunzioni del funzionamento mentale e relazionale utilizzando strumenti psicologici, modelli teorici, tecniche cliniche e la relazione professionale. In senso etimologico e funzionale, questo è cura della psiche attraverso la psiche. Eppure il sistema italiano ha prodotto un paradosso potente: l’uso della parola “psicoterapia” è giuridicamente riservato a chi è autorizzato alla psicoterapia tramite Diploma di Specializzazione, e questa riserva terminologica, nel tempo, è stata trasformata culturalmente in un giudizio di valore, come se cambiasse la sostanza clinica dell’intervento solo perché cambia il nome.
Il problema non è soltanto che una parola sia riservata. Il problema è l’effetto profondo che questa riserva ha prodotto dentro la categoria. Non potendo nominare con naturalezza ciò che si faceva, una parte significativa degli Psicologi italiani ha finito col disconoscerlo. Ha iniziato a fare una cosa e a raccontarsene un’altra. Ha continuato a curare, ma ha smesso di riconoscersi come terapeuta. Ha continuato a svolgere interventi strutturati, scientifici e clinici, ma ha iniziato a descriverli come “non terapia”, come qualcosa di minore o preliminare. Questo ha creato una frattura tra agito e rappresentazione: una dissonanza cognitiva cronica che molti hanno risolto nel modo più umano e, allo stesso tempo, più costoso, cioè adattandosi e modificando la propria narrazione interna. Se non posso chiamarla così, allora forse non la faccio davvero. La norma, da limite esterno, è diventata una voce interna svalutante. È nata così una vera e propria afasia simbolica professionale: lo Psicologo sa fare, ma fatica a dire con sicurezza cosa fa, e quando una professione non sa più raccontare se stessa perde anche la capacità di difendersi, di spiegarsi ai cittadini e di trasmettere identità alle nuove generazioni.
La cura di questa ferita non passa dal violare ciò che è stabilito per legge, né tantomeno dall’appropriarsi di titoli che non spettano. La cura, a mio parere, assume una forma più raffinata e più potente e consiste nel nominare correttamente ciò che si fa, utilizzando i principi della meta-comunicazione. Meta-comunicare, nell’ambito di nostro interesse, significa chiarire i livelli del discorso e separare con precisione la sostanza clinica dalla denominazione giuridica. Significa poter dire, con chiarezza e responsabilità, che l’intervento è cura psicologica e ha natura terapeutica, e spiegare che non lo si chiama “psicoterapia” solo perché quel termine è riservato a chi è autorizzato alla psicoterapia, non perché manchi la cura o manchi la terapia. In questo modo si ricompone la frattura tra realtà clinica e linguaggio pubblico, si restituisce continuità identitaria allo Psicologo e si tutela anche la cittadinanza, che può comprendere meglio cosa sta scegliendo e su quali basi.
È dentro questo contesto che si colloca il lavoro che ho portato avanti negli ultimi tredici anni nei gruppi Facebook che gestisco, in particolare in PNP- Psicologi non psicoterapeuti. Io non ho mai fatto l’amministratore tecnico di una community. Ho attraversato una storia. Una storia fatta di studio quotidiano, confronto continuo, esposizione costante e scelte scomode. Ho scelto consapevolmente di stare nel punto più fragile dell’identità professionale dello Psicologo, lì dove la confusione era maggiore e il rischio di auto-svalutazione più alto. Ho tenuto aperto uno spazio stabile in cui l’identità dello Psicologo potesse tornare pensabile e difendibile quando, altrove, veniva ridotta, distorta o negata.
In questi anni ho combattuto una battaglia culturale in un contesto spesso ostile, chiuso e difensivo. In molti spazi, quando chiedi definizioni ottieni slogan, quando chiedi argomentazioni ottieni appartenenze, quando chiedi coerenza ottieni gerarchie implicite. Io ho provato a fare l’opposto: riportare tutto alla sostanza, alla logica, alle norme, alla clinica. Ho messo parole dove c’erano dogmi, ho fatto domande dove c’erano certezze automatiche, ho insistito sulla chiarezza dove si preferiva l’ambiguità. L’ho fatto sapendo che esporsi su questi temi significa attirarsi resistenze, ironie, aggressività e delegittimazioni personali.
Le fatiche sono state enormi. Non solo per il tempo e le energie dedicate ogni giorno per anni, ma per il costo emotivo di offese gratuite, svalutazioni, caricature, insinuazioni e minacce di segnalazioni. Ho visto spesso trasformare un’argomentazione in un pretesto per colpire la persona. Eppure sono rimasto. Non per testardaggine, ma per senso di responsabilità. Quando un tema è davvero collettivo, non si può scegliere la comodità senza lasciare un vuoto.
Questo percorso non mi ha portato vantaggi personali. Non è stato comodo, non è stato remunerativo, non è stato funzionale a costruire consenso o carriera. È stato un investimento enorme di tempo, esposizione, coerenza e resistenza. Lo considero un dono offerto all’intera comunità professionale e, indirettamente, alla cittadinanza. Un lavoro messo a disposizione senza chiedere fedeltà, senza chiedere appartenenze, senza chiedere applausi. Un lavoro che molti colleghi hanno utilizzato, condiviso e interiorizzato anche quando non erano d’accordo su tutto. Questo, per me, è il senso profondo del dono: dare strumenti e parole a chi ne ha bisogno, non creare tifoserie.
MetaPsi Aps nasce come evoluzione naturale di questo percorso. Non come contenitore vuoto, non come bandiera identitaria, non come scorciatoia. Nasce dalla consapevolezza che non si può lasciare questo lavoro alla sola resistenza individuale. Che non basta più una voce, non basta più un gruppo, non basta più una battaglia sostenuta a costo personale. Serve una struttura, un archivio, una comunità organizzata, un processo condiviso.
Il mio ruolo di Presidente non è quello di rappresentare simbolicamente gli Psicologi né di sostituirmi alla categoria. È un ruolo più scomodo e, proprio per questo, più necessario: tenere aperto e strutturare uno spazio di tutela e valorizzazione del ruolo terapeutico dello Psicologo, sapendo bene che questo ruolo esiste solo se viene riconosciuto, abitato e sostenuto dagli stessi Psicologi.
Io non posso concedere dignità terapeutica a nessuno, perché quella dignità non nasce da MetaPsi né da me. Nasce dalla funzione reale dello Psicologo come professionista sanitario che cura con strumenti psicologici. Quello che posso fare, e che sto facendo, è difendere pubblicamente questa funzione, darle parole chiare, fondamenti giuridici e scientifici solidi, una narrazione coerente e una struttura collettiva che la renda visibile e difendibile nel tempo. MetaPsi si sta ritagliando un ruolo preciso: tutelare e valorizzare la professione di Psicologo, non in modo corporativo, ma perché la tutela dello Psicologo è funzionale alla tutela della salute pubblica. Quando lo Psicologo viene svalutato o confuso, il danno non ricade solo sulla categoria, ma anche sui cittadini, che ricevono un’immagine distorta di chi cura e di come si cura.
MetaPsi Aps è un treno da non perdere perché rappresenta un’occasione storica di maturazione collettiva. È un treno che non nasce contro qualcuno, ma per andare oltre una fase di confusione e di auto-svalutazione durata troppo a lungo. Può portarci lontani solo se smette di essere percepito come il progetto di una singola persona e diventa un processo condiviso, fatto di contributi, idee, competenze, tempo, confronto e responsabilità.
MetaPsi non è un’agenzia di legittimazione individuale e non è un ente che protegge chi resta passivo. MetaPsi è uno strumento. Funziona se viene usato, vive se viene abitato, cresce se viene sostenuto. La valorizzazione del ruolo terapeutico dello Psicologo non può essere calata dall’alto. O è condivisa, oppure resta un’idea. O viene interiorizzata dalla categoria, oppure resta una battaglia solitaria. Per questo dico con chiarezza che MetaPsi non salva nessuno: MetaPsi rende possibile qualcosa, ma quel qualcosa esiste solo se c’è partecipazione, responsabilità e coerenza.
MetaPsi Aps è una casa per le Psicologhe e gli Psicologi che credono nel ruolo terapeutico dello Psicologo. È una famiglia professionale, nel senso più concreto del termine: un luogo dove ci si riconosce, ci si sostiene e si costruisce insieme un linguaggio chiaro e una tutela reale. E proprio per questo MetaPsi è un treno da non perdere. Se lo perdiamo, perdiamo un’occasione di futuro diverso, più chiaro, più adulto, più solido.
Nel linguaggio comune si dice “aiutati che Dio ti aiuta”. Nel linguaggio di MetaPsi il senso è lo stesso: aiutati che MetaPsi ti aiuta. Non perché MetaPsi sia un’entità esterna o salvifica, ma perché MetaPsi siamo noi, se decidiamo di esserci davvero. Partecipare non significa applaudire o mettere un like. Significa sostenere ciò che è serio, difendere un linguaggio chiaro, contribuire alla costruzione di strumenti e contenuti, condividere responsabilmente, portare questa chiarezza anche fuori dai gruppi, nel rapporto con i colleghi e con la cittadinanza.
Io ho fatto la mia parte in questi tredici anni, aprendo la strada e sostenendo il costo della coerenza e della visibilità. Oggi sto mettendo binari, non solo parole. Ma un treno non va lontano se la comunità resta ferma sul marciapiede. Se vogliamo che lo Psicologo in Italia venga finalmente riconosciuto per ciò che è, un professionista sanitario che cura con strumenti psicologici, allora MetaPsi Aps ha bisogno della collaborazione di tutti. Non per costruire un culto, ma per costruire una casa professionale adulta, lucida e solida, capace di tutelare la professione e, insieme, di servire meglio la cittadinanza. MetaPsi non è un rifugio per chi delega. È una casa per chi partecipa. E il mio compito, come Presidente, è tenerla aperta, non sostituirmi a chi deve abitarla.
