Quando si parla di trauma psicologico, una delle frasi più ripetute è questa: se c’è un trauma, allora serve psicoterapia. È una frase comprensibile, ma troppo stretta. La psicoterapia può avere un ruolo importante, in molti casi decisivo, ma ridurre tutta la cura del trauma a quella sola cornice rischia di far perdere di vista il punto centrale: ciò che conta davvero è che cosa il trauma ha compromesso nella vita della persona e quali interventi siano appropriati per aiutarla a recuperare funzionamento, sicurezza e continuità esistenziale.
Il primo chiarimento utile è questo: trauma psicologico e PTSD non sono sinonimi automatici. Possono esserci eventi traumatici, reazioni acute, sintomi post-traumatici di diversa intensità e, in alcuni casi, un vero disturbo post-traumatico da stress. Le linee guida NICE riguardano proprio il riconoscimento, la valutazione e il trattamento del PTSD e spiegano che l’obiettivo è migliorare la qualità di vita riducendo sintomi come ansia, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione. Questo significa che il bersaglio della cura non è solo una definizione diagnostica astratta, ma il funzionamento concreto della persona.
Un trauma, infatti, può alterare regolazione emotiva, sonno, attenzione, fiducia, senso di sicurezza, relazioni, partecipazione sociale e capacità lavorativa. Per questo curare un trauma psicologico può voler dire anche stabilizzare, contenere l’iperattivazione, ridurre l’evitamento, aiutare la persona a distinguere il passato dal presente e sostenere il recupero di un funzionamento mentale, psicofisico e relazionale che l’esperienza traumatica ha compromesso. Questa lettura è coerente con NICE, che nei trattamenti trauma-focused include psicoeducazione, gestione dell’arousal e dei flashback, elaborazione delle memorie traumatiche, lavoro sulle emozioni e sui significati legati al trauma, superamento dell’evitamento e ripristino del funzionamento adattivo, per esempio nel lavoro e nelle relazioni sociali.
Qui la cornice dell’OMS sulla riabilitazione diventa molto utile. L’OMS definisce la riabilitazione come un insieme di interventi progettati per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità nelle persone con condizioni di salute in rapporto con il loro ambiente. Nella versione divulgativa più recente la descrive anche come un servizio sanitario rivolto a chi sperimenta una riduzione del funzionamento a causa di malattia, lesione, chirurgia, disabilità o età, con l’obiettivo di aiutare la persona a recuperare, mantenere o migliorare il funzionamento per poter vivere nel modo più autonomo e soddisfacente possibile.
Questo passaggio è decisivo perché sposta il fuoco dalla singola tecnica al funzionamento reale della persona. Nella prospettiva OMS, non conta solo il nome dell’intervento. Conta che cosa una persona riesce o non riesce più a fare nella vita quotidiana, che cosa ha perso, che cosa può recuperare e che cosa può essere sostenuto o migliorato con interventi mirati. L’OMS aggiunge inoltre che la riabilitazione è altamente person-centred, quindi orientata agli obiettivi e alle preferenze della singola persona, e che può essere svolta in ospedale, in ambulatorio, a scuola, sul lavoro, in comunità o a domicilio.
Un altro equivoco da evitare è pensare che la riabilitazione riguardi solo il corpo. L’OMS afferma espressamente che tra le condizioni che possono beneficiare della riabilitazione rientrano anche le condizioni di salute mentale. Tra gli esempi concreti cita le terapie psicologiche per una persona con distress emotivo dopo una lesione midollare e il social skills training per persone con schizofrenia, disturbi dello spettro autistico o disabilità intellettiva. Inoltre, tra i professionisti della riabilitazione menziona anche gli psicologi clinici. Questo dato non risolve da solo la questione delle competenze professionali nel diritto italiano, ma chiarisce bene che, per l’OMS, la riabilitazione comprende anche interventi psicologici, relazionali e adattivi orientati al funzionamento.
Se questa cornice viene applicata al trauma psicologico, il senso del titolo diventa più chiaro. Quando il trauma compromette regolazione emotiva, continuità del sonno, capacità di concentrazione, fiducia, sicurezza, relazioni o partecipazione sociale, parlare di sostegno e di abilitazione-riabilitazione del funzionamento non è un artificio linguistico. È una lettura coerente con il modello OMS e con gli obiettivi clinici descritti da NICE. In altre parole, curare un trauma non significa solo lavorare sulla memoria traumatica in senso stretto, ma anche aiutare la persona a tornare a vivere, scegliere, partecipare e funzionare meglio.
Sul piano normativo italiano, la distinzione va formulata con precisione. L’articolo 1 della Legge 56/1989 definisce la professione di psicologo includendo prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico. L’articolo 3 disciplina invece separatamente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, subordinandolo a una specifica formazione professionale post-lauream. Questo assetto non autorizza a svalutare la psicoterapia, ma consente di sostenere che la presa in carico psicologica del trauma non si identifica automaticamente, in ogni caso, con la sola psicoterapia.
Anche il Codice Deontologico – testo vigente del CNOP usa un linguaggio che non appiattisce tutto sulla psicoterapia. L’articolo 27 parla di rapporto terapeutico e di cura. L’articolo 28 menziona distintamente interventi diagnostici, di sostegno psicologico e di psicoterapia. L’articolo 37 precisa poi che lo psicologo accetta il mandato professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze e, quando servono competenze diverse, propone consulenza o invio ad altro collega o professionista. Questo è un passaggio fondamentale per evitare equivoci: dire che il trauma psicologico non si cura solo con la psicoterapia non significa dire che ogni professionista possa fare qualsiasi cosa su qualsiasi trauma. Significa, più sobriamente, che esistono interventi diversi, da scegliere secondo competenza, appropriatezza clinica e bisogni della persona.
A questo punto va aggiunta la precisazione più importante, proprio per evitare contestazioni facili. Quando si è di fronte a una diagnosi di PTSD o a sintomi clinicamente importanti, NICE raccomanda per gli adulti interventi trauma-focused CBT; inoltre considera EMDR tra 1 e 3 mesi dopo un trauma non legato al combattimento se la persona lo preferisce e la raccomanda oltre i 3 mesi nei casi indicati dalla linea guida. Quindi il senso di questo articolo non è negare la centralità della psicoterapia nei quadri in cui è clinicamente indicata. Il senso è un altro: evitare che tutta la cura del trauma venga ridotta, per principio, a una sola etichetta.
Il titolo, allora, va letto così: il trauma psicologico non si cura solo con la psicoterapia perché la presa in carico può comprendere anche sostegno, stabilizzazione e interventi orientati al recupero del funzionamento compromesso; quando clinicamente indicato, può includere anche una psicoterapia trauma-focused. È una formula più precisa, più equilibrata e più solida sia sul piano clinico sia su quello normativo e deontologico. Distingue senza negare. Riconosce il valore della psicoterapia senza cancellare il tema centrale del funzionamento e del suo recupero.
Fonti
Normattiva, Legge 56/1989, artt. 1 e 3.
CNOP, Codice Deontologico – testo vigente, artt. 27, 28 e 37.
OMS, Rehabilitation: fact sheet e questions and answers.
NICE, NG116 Post-traumatic stress disorder: overview e recommendations.

